progetti di prevenzione

Nel 2003, l'ASPI ha introdotto in Ticino il programma “Le parole non dette”, un percorso che comporta il coinvolgimento di allievi di quarta elementare e in parallelo dei loro genitori e insegnanti in un lavoro di sensibilizzazione e di formazione.

 

In modo complementare e in collaborazione con la Fondazione svizzera per la protezione dell’infanzia (Kinderschutz Schweiz), dal 2006 l’ASPI realizza il progetto “Sono unico e prezioso!” che si indirizza agli allievi di scuola elementare, dalla prima alla quinta classe, e prevede anche momenti di informazione e di sensibilizzazione per genitori e docenti.

 

Finora, sono ca. 15'000 gli allievi che sono stati coinvolti in attività di prevenzione degli abusi sessuali grazie ai due progetti sopra elencati.

 

Inoltre, dall’autunno 2009, l’ASPI ha elaborato un nuovo percorso di prevenzione dei rischi legati all’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione denominato “e-www@i!”.

 

 

La prevenzione è efficace

Tratto dal Bollettino ASPI N° 31, pagine 26-31

 

 

Il maltrattamento infantile

 

Le conseguenze a medio-lungo termine del maltrattamento infantile, in tutte le sue forme (maltrattamento fisico e psicologico, trascuratezza o negligenza, abuso sessuale) sono difficili da misurare oggettivamente, come lo è dimostrare il nesso causale tra i maltrattamenti subiti nell’infanzia e l’adolescenza e certi problemi, o addirittura certe patologie, che si sviluppano poi nel corso della vita.

 

Gli scritti di Alice Miller[1] spiegano in modo a volte angosciante quanto il modo di trattare un bambino nei suoi primi anni può pesare su tutta la sua vita, e su quella dei suoi figli, nipoti e pronipoti, sulle future generazioni, per il fatto che, oggi ancora, tanti adulti restano convinti che certe pratiche educative siano buone.

 

Uno dei tanti paradossi della nostra società è che riesce a mettere in evidenza un nesso causale scientifico tra una certa sostanza, per esempio, e lo sviluppo di un particolare tipo di tumore, oppure a sviluppare delle tecnologie supersofisticate a scala inter-planetaria (robot su marte!) o al contrario microscopico (nanotecnologie)... ma resta incapace di rendersi conto del bisogno di protezione dei suoi propri cuccioli e di prenderli sul serio. Tanti adulti sono ancora del parere che qualche schiaffo o alcune sgridate, con - perché no - qualche umiliazione o ricatto, siano tutto sommato accettabili e soprattutto educativi! Poche sono le persone che si schierano senza esitazione e dichiarano che anche un semplice schiaffo è un atto di violenza verso il bambino e dunque un maltrattamento. Altro paradosso: se un adulto dovesse dare uno schiaffo ad un altro adulto, rischierebbe o di prendere a sua volta un pugno in faccia, o di finire davanti a un giudice per essere poi condannato per lo meno a una multa per vie di fatto. Perché quando a ricevere lo stesso schiaffo è un bambino, lo si giustifica dicendo che è educativo? Perché in una situazione di umiliazioni e ricatti nei confronti di un adulto si parla di mobbing, invece per i bambini è considerato formativo?

 

Nel suo bellissimo libro “Il piccolo principe”, Antoine de Saint Exupéry fa dire al suo eroe: “I grandi non capiscono mai niente da soli ed i bambini si stancano a spiegare loro tutto ogni volta”. Prima di lui, Janusz Korczack scriveva: “Ognuno di noi è stato bambino, ma lo ha dimenticato e crede di essere diventato intelligente solo da grande”. Se potessi, con tanta presunzione, riprogrammare la memoria dell’essere umano, farei in modo che non dimenticasse mai come si sentiva da bambino! Che ognuno potesse ricordare com’era bello essere coccolato nelle braccia della mamma e del papà, consolato quando faceva male la pancia o quando la paura del buio faceva a gara con la stanchezza e la voglia di addormentarsi, rassicurato quando per sbaglio aveva rotto qualche cosa o combinato un guaio... Quanto faceva male invece essere sgridato perché non aveva capito qualche cosa, o rimproverato perché non si era impegnato abbastanza, o punito per i troppi errori... Quante cicatrici all’anima si formano in questo modo! Tanti adulti condannano i maltrattamenti gravi, soprattutto quelli fisici e specialmente gli abusi sessuali. Per fortuna! Ma non basta! Anche tanti altri atteggiamenti di disprezzo, di giudizio, di condanna lasciano delle tracce nel bambino in crescita. In un ulteriore capitolo immaginario del suo libro, Saint Exupéry avrebbe potuto portare il Piccolo Principe a meravigliarsi di come gli essere umani adulti trattano quello che di più prezioso hanno al mondo, ossia i loro figli!

 

Ogni volta che l’adulto educa facendo riferimento al suo potere, fisico o psicologico, insegna al bambino la legge del più forte. Ogni schiaffo, ogni punizione, diventa un’arma a doppio taglio! All’opposto, paradossalmente, ogni volta che l’adulto rinuncia ad educare insegna anche la legge del più forte... in questo caso l’adulto si arrende al potere del bambino. “Il bambino sa cosa vuole, ma non di che cosa ha bisogno” afferma Jesper Juul[2]. In tutte queste relazioni interpersonali asimmetriche, ossia basate sul potere, le reazioni possono essere catalogate in tre grandi gruppi: la lotta, la sottomissione e la fuga. Certi bambini, ragazzi o adolescenti non ci stanno e si ribellano, fino a volte a spaccare tutto. La violenza nasce dalla violenza, sotto forme diverse... Una gran parte dei bambini, convinti che gli adulti sanno e hanno sempre ragione, intrappolati in un conflitto di lealtà, si sottomettono, con delle possibili conseguenze sulla loro salute psico-fisica a medio-lungo termine. Altri ragazzi ancora fuggono, in tanti modi, dalla fuga materiale, a quella in sostanze psico-attive per raggiungere l’illusione di un mondo migliore, alla fuga ultima, ossia il suicidio. Come mai in un paese benestante come il nostro, dove almeno in apparenza tutti hanno il necessario per una vita decente, così tanti giovani[3]  scelgono di togliersi la vita? Lontana da me l’idea di colpevolizzare chi ha educato questi ragazzi! Le possibili ragioni di un suicidio sono troppo complesse per essere ridotte ad un’analisi tanto superficiale. Quello che mi permetto di dire però è che, incontrando e ascoltando numerosi ragazzi, ragazze, giovani e adulti segnati da tante sofferenze, non è raro sentire che già in età molto giovane (10-11 anni) la loro mente è stata attraversata da idee di suicidio... Dramma nel dramma è che i genitori, o altri educatori, di questi ragazzi e ragazze agivano in buona fede, convinti che un’educazione severa è quella che meglio avrebbe preparato i loro figli o allievi per una vita di certo non facile.

 

 

Strategie efficaci

 

Un bambino non è un adulto in miniatura. È un essere umano a uno stadio evolutivo che diverge dall’adulto semplicemente da un certo numero di anni durante le quali farà mille e una esperienza che lo porteranno ad essere più maturo. E in questo periodo di sviluppo e di crescita ha bisogno di essere guidato e accompagnato (non è questo l’educazione?) e protetto.

 

I bambini devono essere educati! È un loro diritto fondamentale, sancito addirittura dalla Convenzione ONU sui diritti del Fanciullo (art. 29). Il problema è “come?” La risposta suona evidente: con rispetto! Semplice a livello teorico... e nella pratica? Proteggere l’infanzia implica necessariamente di sostenere i genitori. Per questa ragione l’ASPI collabora con la Conferenza Cantonale dei Genitori, sin dalla sua fondazione, in particolare con il programma “Le parole non dette” e sostiene i progetti di sostegno alla genitorialità. La formazione dei genitori è uno dei tasselli chiave della prevenzione del maltrattamento infantile!

 

I bambini devono essere protetti da ogni maltrattamento e occorre sensibilizzare gli adulti in merito: da una parte, alla loro responsabilità protettiva, dall’altra parte riguardo al fatto che possono contribuire a dare ai loro figli o allievi degli strumenti di auto-protezione. In questa ottica tutti i programmi di prevenzione portati avanti dall’ASPI, in sintonia con le direttive internazionali sia dell’OMS[4], sia dell’ISPCAN[5], comportano il coinvolgimento attivo di genitori, docenti ed educatori.

 

Sempre secondo questi consigli da esperti mondialmente riconosciuti, i bambini stessi possono, devono essere coinvolti nella prevenzione secondo il concetto dell’empowerment. Ma non in qualsiasi modo! Alla base di tutte le attività dell’ASPI sta il rispetto del bambino: è la pietra angola- re, la nostra ragione di esistere! E questo rispetto ci deve essere in tutto quello che proponiamo, compreso, e forse soprattutto nei nostri programmi di prevenzione. Questo implica che la prevenzione non può basarsi sullo spaventare, non sarebbe rispettoso e nemmeno efficace (avete già visto qualcuno che smette di fumare perché sul pacchetto di sigarette è scritto che il fumo uccide?). Un bambino spaventato è un bambino fragilizzato! Vogliamo al contrario rendere i bambini forti, in grado di difendersi e farsi rispettare. Come? Dando loro delle competenze attive in modo che sappiano riconoscere i pericoli e tirarsi d’impiccio prima che sia troppo tardi. Mi permetto di proporre un esempio di Alberto Pellai per spiegare il concetto in termini semplici. Immaginate che un genitore con un bambino piccolo voglia andare a fare la spesa in un supermercato. La baby sitter non c’è, la nonna nemmeno, insomma, questo genitore deve prendersi il bambino assieme. Cosciente dei pericoli che ci possono essere in un posto così affollato, in particolare quello di perdere il proprio figlio, il genitore farà opera di prevenzione spiegando al figlio di dargli la mano e di tenerla stretta. È la prevenzione della “mano a manette”! Purtroppo, succede (è successo pure a Pellai da piccolo!) che malgrado questa prevenzione, il bambino si perda nella folla... sentendosi smarrito, abbandonato, impotente e con il pensiero di avere perso la mamma, o il papà, per sempre. Ci troviamo di fronte ad un bambino incompetente e disperato! Questo genitore avrebbe potuto completare il suo modo di fare prevenzione dicendo al bambino “se per caso dovesse succedere che ci perdiamo, sai, c’è così tanta gente che può succedere... vedi tutte queste signore in giro con un grembiule blu? Sono le commesse. Se dovesse succedere che ci perdiamo, vai subito da una di loro, digli che ti chiami Jacopo e che vuoi ritrovare la tua mamma! Loro chiameranno per altoparlante e io verrò subito a cercarti!”. Se il caso si concretizzasse, il bambino sarà spaventato di sicuro, ma saprà cosa fare (rivolgersi ad una commessa) e avrà la speranza che la sua mamma, o il suo babbo ritornerà presto a prenderlo. Ci troviamo dunque con un bambino competente e fiducioso!

 

Nel campo del maltrattamento infantile e degli abusi sessuali ai minorenni, ovviamente non centrano né i supermercati né le commesse col grembiule blu. Ma centra la pancia, ossia l’intelligenza emotiva. La ricerca clinica con le persone che hanno subito degli abusi, particolarmente di tipo sessuale, nella loro infanzia ci insegna che molto frequentemente la pancia si ribellava prima ancora che la testa potesse capire cosa stesse succedendo! Nella maggior parte dei casi chi abusa di un bambino è un adulto di cui questo stesso bambino, la sua famiglia, tutti si fidano: una persona insospettabile insomma. Logicamente il bambino che subisce tali abusi ragiona: “questa persona, alla quale voglio bene, di cui mi fido... di cui anche papa e mamma si fidano... sa sicuramente cosa fa, non mi può fare del male...” e l’abusante ovviamente fa di tutto per rafforzare questi pensieri del bambino oggetto delle sue attenzioni, manipolandolo e portandolo a poco a poco a sottostare a ogni suo desiderio... Le persone che si sono confrontate con queste situazioni ricordano però che malgrado questo ragionamento di tipo razionale, molto presto hanno sentito “dentro”, “nella pancia” che qualche cosa strideva... e solo dopo tanto tempo hanno saputo dare il giusto significato a queste sensazioni emotive intense e strane. La sfida della prevenzione è di fare capire ai bambini – e agli adulti! - che le emozioni sono importanti, che hanno un senso, impegno non scontato in un mondo tanto razionale, almeno in apparenza. Tanti bambini, se avessero saputo che un’emozione strana è un segnale d’allarme, avrebbero forse potuto dire di no e chiedere aiuto prima di subire molestie e abusi gravi. L’ABC dei nostri programmi di prevenzione “Le parole non dette” e “Sono unico e prezioso!” consiste nel rendere i bambini consapevoli del proprio valore, della propria dignità e del fatto che il proprio corpo è strettamente privato! Nessuno gli può fare del male! Un altro aspetto fondamentale è proprio quello dell’imparare a sentire, a riconoscere e a dare un significato alle proprie emozioni e sensazioni. “Se senti che qualche cosa non ti va, ti mette a disagio, ti sembra strano... hai il diritto di dire di NO! A chiunque, ovunque! E di parlarne con un adulto di cui ti fidi per chiedergli consiglio e protezione.” La pancia diventa così una bussola emozionale che permette al bambino di scegliere di stare bene e di chiedere aiuto se qualche cosa o qualcuno compromette questo suo diritto.

 

Una delle difficoltà riscontrate con questo tipo di proposta pedagogica è costituita dal fatto che si mette in discussione il modo di educare degli adulti, genitori o docenti che siano. Insegnare ai bambini che possono dire di NO quando sentono che qualche cosa non va bene (un tocco come ad esempio il bacio della nonna, un’emozione come quella provata da un ragazzino quando la sua mamma entra nel bagno mentre si sta facendo la doccia...) può mettere parecchio in crisi gli adulti. È fondamentale rendersi conto che sarebbe un’illusione credere che un bambino possa dire di NO in una situazione di pericolo, se questo NO non ha potuto sperimentarlo in un ambiente protettivo come dovrebbe esserlo la sua casa e la sua famiglia. E questo NO del bambino è efficace, lo dimostra la ricerca: contribuisce a “frenare” l’abusante. Oltre a dire di NO, nel percorso di prevenzione il bambino impara che è importantissimo parlare subito con un adulto di fiducia quando ha un problema, di qualsiasi tipo. Permettere a un bambino di dire di NO quando qualche cosa non gli va bene, non significa cadere nel permissivismo e lasciargli fare tutto. I bambini hanno bisogno di adulti che li sappiano guidare nel loro percorso di crescita, che sappiano dire di SI e di NO. La difficile alchimia sta probabilmente nel sapere dire di NO a un bambino in modo rispettoso, semplicemente come lo si farebbe quando si dice di NO a un altro adulto. Gli incontri di informazione e di approfondimento con i genitori e con i docenti sono essenziali per discutere di tutti questi aspetti dando così anche continuità all’azione preventiva sia in famiglia, sia a scuola.

 

 

Conclusione

 

Benché non sia possibile “misurare” l’efficacia della prevenzione in modo oggettivo, è documentato che i programmi come quelli che proponiamo siano efficaci. David Finkelhor, uno dei massimi esperti al mondo in questo campo, lo ha ribadito con forza in un articolo[6] rispondendo alle obiezioni dell’Associazione Medica Cattolica[7] degli Stati Uniti. Riprendo alcuni dei suoi argomenti a favore della prevenzione.

 

I bambini sin da una piccola età, sono in grado di capire i principi della prevenzione, a condizione che sia fatta nel rispetto del loro stadio evolutivo. Certi oppositori alla prevenzione argomentano che queste nozioni siano troppo complicate per i bambini. L’esperienza dimostra che la maggior parte di loro riesce ad afferrare concetti come il rispetto del proprio corpo, la consapevolezza delle proprie emozioni e sensazioni, la nozione di segreti buoni o al contrario strani o cattivi. Il fatto di puntare tanto sulla necessità di chiedere aiuto se qualche cosa è strano o non va bene permette loro di sviluppare delle competenze di auto-protezione, e ciò non solo nel campo del maltrattamento infantile ma rispetto ad altri problemi come il bullismo o l’uso di droghe. La condizione di base necessaria per poter portare i bambini ad acquisire queste competenze è di ascoltarli e di accogliere ogni loro reazione durante le attività proposte in modo da poter modulare l’intervento formativo a loro misura. L’insegnamento che chiamo di tipo “imbuto” (l’adulto cerca di far passare il più gran numero possibile di nozioni ai bambini durante un certo lasso di tempo) in questo campo è poco efficace e potrebbe al contrario essere controproducente.

 

Sapendo che la prevenzione è efficace e permette di evitare almeno una parte dei casi di maltrattamento e abusi, è un dovere morale impegnarsi in questo campo e cercare di raggiungere il maggior numero possibile di bambini. Ogni bambino merita rispetto, ogni bambino è unico e prezioso!



[1] in parte tradotti e scaricabili da Internet sul sito del Centro Hänsel e Gretel di Torino - http://www.cshg.it/ - http://www.cshg.it/Interventi/AliceMiller/HomeMiller.htm

[2] Jesper Juul, Il bambino è competente. Ed. Feltrinelli

[3] Nelle statistiche internazionali, la Svizzera si ritrova spesso ai primi posti della classifica per questo drammatico problema!

[4] http://www.who.int/violence_injury_prevention/violence/ world_report/en/

[5] www.ispcan.org

[6] PEDIATRICS Volume 120, Number 3, September 2007

[7] Catholic Medical Association CMA

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